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Si parla tanto di magistratura, e non vi è telegiornale o trasmissione televisiva, che non affronti le tematiche legate all’applicazione delle leggi, magri fuorviando con tutto il loro “opinionare” il giudizio degli ascoltatori, e mi auguro, che non sia fuorviato anche quello dei magistrati. A tale scopo, avvio una serie di interviste, perché ogni esponente della magistratura, possa chiarire alcuni punti del nostro ordinamento politico. In primis con un uomo dalla comprovata rettitudine, il magistrato Roberto Tanisi.

 

Roberto TanisiChe significa essere magistrato oggi?

Essere magistrato, a Costituzione vigente, significa essere custode e interprete della Legge. Non è un ruolo facile, perché spesso le leggi sono “oscure”, di non facile – o, quanto meno, dubbia – interpretazione. Il problema del “linguaggio” delle leggi –

che dovrebbero essere facilmente intellegibili per i cittadini – è divenuto sempre più drammatico. Negli ultimi anni, poi, si è accentuato il conflitto con la politica, nel senso che interpretazioni sgradite al potere esecutivo vengono non solo criticate – e il che è legittimo – ma determinano, da parte della politica, la delegittimazione del magistrato che le ha interpretate ed applicate e, non di rado, dell’intera magistratura. In questo modo si mette in crisi uno dei pilastri della democrazia: il principio di separazione dei poteri. Non è un problema solo italiano. Un po’ in tutto il mondo occidentale si affermano tendenze illiberali, con un sostanzioso rafforzamento del potere esecutivo a scapito degli altri due. “Non disturbare il manovratore”: è il senso di tante prese di posizione dei governanti. Invece la democrazia è fatta di pesi e contrappesi. La “democrazia illiberale” è un ossimoro.

 Quanto le idee politiche o meglio partitiche influenzano la magistratura. Oltre ad applicare le leggi, il magistrato mette del suo personale giudizio)

Il magistrato non vive in una “turris eburnea”. Vive nella società e da questa è evidentemente influenzato. Ha, certamente, idee politiche; vota (auspicabilmente) come qualsiasi altro cittadino. Ma questo non significa che nel suo lavoro si lascia influenzare dalle sue idee. La decisione del giudice non è mai frutto del suo solo bagaglio culturale. Il processo, civile o penale, è attività di più persone (P.M., avvocati, testimoni). Certo al giudice tocca di tirare le fila e trarre le conclusioni, avendo presenti il testo di legge e i principi della Costituzione. Sembra un’operazione semplice, ma tale non è. Ovvio che nella decisione influiscano le sue

sensibilità, ma questo non significa che la decisione sia frutto delle sue convinzioni politiche. Infine, se la decisione è errata – ed è possibile che possa esserlo, dato che l’errore è connaturato alla natura umana – vi sono gli altri gradi di giudizio per correggere l’errore. Con un avvertimento: la “verità” processuale è, pur sempre, una “verità” umana, dunque fallibile. Problema, questo, antico quanto l’uomo: anche Pilato, nel processare Gesù, gli pose la domanda: “quid est veritas?”

Cosa cambierebbe, se fosse in suo potere, del nostro Ordinamento giuridico?

Personalmente ritengo che il nostro Ordinamento giuridico – per tale intendendo l’assetto dei poteri e il ruolo di quello giudiziario – non abbia bisogno di grandi modifiche. Se fosse per me, anche per evitare inevitabili polemiche e per garantirne l’immagine di imparzialità, impedirei al magistrato che (in aspettativa) abbia svolto attività politica, di ritornare nei ruoli della magistratura. Concluso il mandato politico, potrebbe espletare le sue funzioni in un Ministero o in altri settori della Pubblica Amministrazione, ma non in quella della giustizia (ossia tornare a fare il P.M. o il giudice). Ritengo, invece, sbagliato il disegno di riforma costituzionale noto come “separazione delle carriere” perché l’esito di tale riforma sarà, fatalmente, la sottoposizione del P.M. al potere esecutivo o – se davvero venisse garantita al P.M. la medesima autonomia e indipendenza del magistrato giudicante – la creazione di un “Super P.M.”, chiamato esclusivamente a svolgere il ruolo di Pubblico Accusatore e non di garante della corretta applicazione della legge: in entrambi i casi un rimedio peggiore del (supposto) male.

 A cosa si deve la lungaggine dei processi in Italia?

Questo è uno dei mali che effettivamente affliggono la giustizia. Molteplici ne sono le cause. Fra queste le più rilevanti sono, soprattutto, riti processuali farraginosi e mancanza di risorse. Il numero dei magistrati italiani (fra questi ricomprendendo anche i giudici di pace) è inadeguato rispetto al carico di lavoro che sono chiamati a svolgere; il personale amministrativo è, da sempre, assolutamente insufficiente; i supporti informatici spesso non funzionano (si pensi al processo penale telematico, che sta bloccando tutti i tribunali); probabilmente anche l’elevato numero di avvocati contribuisce a far lievitare il contenzioso, soprattutto quello civile. I magistrati italiani – secondo i dati del C.E.P.E.J. , ossia l’organismo che monitora l’amministrazione della giustizia in Europa – sono fra i più produttivi, ma ciò non è sufficiente. Occorrono maggiori risorse. Lo si è visto con la costituzione dell’Ufficio del processo, grazie ai fondi del PNRR, che ha contribuito a far diminuire sensibilmente l’arretrato, tanto nel civile quanto nel penale. Peccato che si tratti di assunzioni a tempo, sino al 2026. E dopo?

Crede che le sentenze siano applicate con giusta severità?

Ogni sentenza, una volta che sia divenuta definitiva, deve trovare applicazione. Immagino che la domanda si riferisca al settore penale e riguardi l’esecuzione della pena. Ovviamente, una volta che una pena sia inflitta, deve trovare esecuzione: minacciare l’irrogazione di una sanzione senza eseguirla tradisce una delle funzioni della pena, ossia la deterrenza. Tutto ciò non va confuso, però, con il riconoscimento di eventuali benefici, pure previsti dalla legge (sospensione condizionale della pena, benefici previsti dall’ordinamento penitenziario, misure alternative alla detenzione, messa alla prova, ecc.), i quali rispondono ad un’altra delle funzioni della pena, quella rieducativa, prevista dall’art. 27 della Costituzione. Si tratta, anche, di istituti tesi a fronteggiare l’emergenza carceraria che, da sempre, affligge il nostro Paese. Il quale è stato condannato in sede europea proprio a causa del sovraffollamento carcerario. Il nostro sistema, purtroppo, non garantisce la funzione rieducativa della pena. Interesse dello Stato è che chi entra in carcere ne esca migliore di come è entrato, ma purtroppo, per tutta una serie di motivi che qui non si possono elencare, non è così e l’effetto perverso è l’aumento delle recidive.

Qual è la funzione del P.M.?

Nell’immaginario collettivo, in un processo improntato al sistema accusatorio, il P.M. è il magistrato che sostiene l’accusa e chiede la condanna dell’imputato. Un po’ come nel processo americano, detto alla Perry Mason. In realtà non è (solo) così. Nel nostro sistema ordinamentale il P.M. è colui che, durante la fase delle indagini, disponendo della Polizia Giudiziaria, coordina le indagini su fatti costituenti reato e, durante il dibattimento, davanti al giudice terzo ed imparziale ed in contraddittorio col difensore dell’imputato (e, quando c’è, della parte civile) svolge il ruolo di parte pubblica. Egli non è tenuto a richiedere ed ottenere la condanna ad ogni costo, tanto che può concludere – e ciò accade molto più spesso di quanto si creda – per l’assoluzione dell’imputato. Perché suo compito non è solo quello di cercare prove che sostengano l’accusa, ma anche prove che vadano a favore dell’imputato. Tanto che da qualcuno è definito, con un ossimoro, “parte imparziale”. Inoltre, come custode della corretta osservanza della legge, svolge un ruolo anche in determinati giudizi civili. La separazione delle carriere, come ho già evidenziato, rischia di mettere in crisi tale assetto voluto dai Padri Costituenti e di consegnarci un P.M. non più autonomo e indipendente ma sottoposto all’esecutivo o, al contrario, una sorta di super-poliziotto che punterà solo a vincere la causa.

 La legge è davvero uguale per tutti – come sta scritto nei tribunali – o per qualcuno è meno uguale degli altri?

Il principio di uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge è scolpito nell’art. 3 della Costituzione e a tale articolo si attengono i magistrati, requirenti e giudicanti. Questo non significa, purtroppo, che sempre e comunque tale principio venga rispettato. Molteplici sono le cause che possono impedirne il rispetto (non esclusa, ovviamente, la disonestà di chi è chiamato alla sua applicazione, che fa parte, tuttavia, della patologia della funzione giudiziaria), ma il principio resta, in tutta la sua importanza. Si tratta, come affermava Norberto Bobbio, di una “valore supremo di una convivenza ordinata, felice e civile”, che costituisce “un’aspirazione perenne degli uomini viventi in società”. Già tale affermazione dimostra come esso non sempre possa trovare puntuale applicazione. E non solo nelle aule di giustizia.

 Nell’emettere una sentenza ti sei mai sentito in imbarazzo, perché nonostante le prove pensavi che l’imputato fosse innocente o per altri motivi?

Ho sempre svolto funzioni giudicanti e trattato migliaia di processi, soprattutto penali. Ho giudicato e valutato, attendendomi alle risultanze processuali e se ho pronunciato sentenza di condanna, l’ho fatto perché ho raggiunto la convinzione della responsabilità dell’imputato oltre ogni ragionevole dubbio. Questo non significa che, nel mio lavoro, non possa aver commesso qualche errore di valutazione (anche se, per la verità, le mie sentenze sono state riformate solo in pochissimi casi). In ogni caso il dubbio deve sempre essere un ottimo compagno del giudice. “Se un uomo parte da certezze, terminerà con i dubbi; ma se si contenta di cominciare con i dubbi, terminerà con certezze”. È una frase di Francis Bacon, che ogni magistrato dovrebbe tenere ben presente. Per quanto mi riguarda, è una cosa che ho sempre fatto.

Come concilia un magistrato la vita privata con quella del Tribunale?

Il lavoro di magistrato è molto impegnativo e, purtroppo, impone di sacrificare molto della vita privata; si pensi, per esempio, ai magistrati minacciati o sotto scorta. Ma, anche a prescindere da questi casi limite, dovendo il magistrato avere a che fare con la vita degli altri, è necessario che sia sempre professionalmente attrezzato: il che comporta studio, aggiornamento, dedizione al dovere. E la necessità di comportarsi nel privato avendo ben presente la rilevanza del ruolo pubblico.

Credi che la nostra Costituzione debba avere un restyling?

Le Costituzioni – che sono le leggi più importanti di uno Stato, ai cui principi tutte le altre leggi debbono ispirarsi, pena la loro espunzione dal tessuto normativo – sono necessariamente destinate a durare nel tempo. Certo, siccome il diritto si evolve con l’evolvere della società, anche le Costituzioni possono essere modificate, per renderle più adatte ai tempi. La nostra Costituzione prevede un meccanismo, piuttosto complesso di modifica, descritto nell’art. 138. Detto questo, personalmente ritengo che la nostra Costituzione sia il baluardo della nostra democrazia e sia anche un capolavoro di tecnica legislativa e linguistica. Come tale non andrebbe modificata, se non quando strettamente necessario e sempre nel rispetto dei valori indicati soprattutto nei primi dodici articoli, da considerare immutabili. Nel corso degli anni alla Costituzione sono state apportate delle modifiche, quasi sempre peggiorative, e molte di esse non hanno superato lo sbarramento del referendum. Perché, potrà sembrare strano, ma il nostro popolo avverte l’importanza della Costituzione, ne percepisce quasi la sua “sacralità” e, dunque, non indulge a modifiche, molto spesso strumentali ai desiderata delle forze politiche che le propongono. Vale ancora il principio latino “queta non movere”.

 Hai mai pensato di entrare in politica e se no per quali motivazioni?

Mai pensato di entrare in politica. Ho scelto – ed ho avuto la fortuna – di fare il magistrato e a tale lavoro non avrei mai rinunciato. Fare politica, per come la vedo io, mi avrebbe impedito di tornare a fare il magistrato con la stessa immagine diterzietà ed imparzialità che ho sempre provato a difendere.

Con i tuoi figli eri un magistrato o un padre alquanto permissivo?

In famiglia non indosso la toga e, dunque, non sono un magistrato. Come padre non sono né autoritario, né permissivo, O almeno mi sforzo di esserlo. Comunque per ungiudizio più preciso bisognerebbe chiedere ai miei figli.

Hai subito minacce, stalking o trattamenti ingiusti durante la carriera?

Le minacce, spesso, sono correlate al ruolo di magistrato. Ma, quando ci sono state, non sono state tali da limitare la mia libertà, fisica e morale, e non hanno inciso sulla quotidianità del mio lavoro. Quanto alla carriera, premesso che il semplice esser giudice per me è sempre stata la cosa più rilevante, credo di aver avuto una carriera di un certo rilievo, dal momento che ho avuto la fortuna di rappresentare i magistrati del Salento, come Presidente della Giunte distrettuale dell’ANM, e, successivamente, di rivestire i ruoli apicali di Presidente della Corte d’Appello e del Tribunale di Lecce.

Cosa fa un magistrato in pensione, in particolare cosa fa il giudice Tanisi? Ad un magistrato in pensione, come – credo – ad ogni pensionato, manca la quotidianità del lavoro. Io, poi, ho amato il mio lavoro e questo, forse, ha una sua particolare incidenza. Detto questo, da un anno a questa parte ho intensificato cose che già facevo, come, per esempio, andare nelle scuole incontrare i giovani per parlare loro di legalità e di giustizia. Scrivo articoli per giornali e riviste; a breve dovrebbe uscire un mio libro – “Sillabario minimo della Giustizia – in cui ripercorro molti dei temi affrontati con gli studenti o nei miei articoli; da ultimo coltivo un’altra mia passione, quella per il teatro, provando a scrivere testi teatrali che poi la compagnia TEMENOS – recinti teatrali mette in scena. E, soprattutto, ho un po’ di tempo in più da dedicare alla mia famiglia.

Direttore Editoriale
Antonio Ventura Coburgo de Gnon

Direttore Responsabile
Marina Bertucci

Collaboratori
Daniele Lorenzetti - Gianni Bonano - Antonello Zanini 

Credits: 
Tony Barattiero | Computer Grafica siti web 

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