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Le sagre, dovrebbero essere il tripudio di serate all’insegna del cibo e di tradizioni tipiche, e vorrei anche dire ancestrali del luogo, ma spesso così non è.  Si sono trasformate in serate per turisti, e spesso inventando sagre, che non hanno nulla a che fare con i luoghi e le loro tradizioni.

friseddrefrisa conditaIeri 5 Agosto 2024, un sacerdote del “Santuario della “Madonna del miracolo” a Taviano, don Graziano, ha iniziato una tradizione, che si spera, possa continuare negli anni a venire. La sagra delle “friseddre”! Siamo nel Salento e precisamente nel gallipolino, terra alquanto arida e povera, dove ci si è dovuti impegnare per trovare soluzioni, sia nella coltivazione che nella conservazione del cibo. Ed ecco la “friseddra” o come la si è italianizzata la “frisella”, è uno di quei metodi. Il pane, cibo che è alla base di quasi ogni popolo, con il tempo diventa duro, e peggio ancora muffisce, perché l’umidità che possiede ed il clima umido del territorio, facilitano il sorgere della muffa. Quindi cosa fare? Bene disidratare il pane, ed ecco la “friseddra”. In effetti è un pane che viene biscottato. Le “friseddre” venivano conservate in grandi giare dette in dialetto “capase”, per essere poi consumate nel tempo. Si consumano ribagnandole in acqua, e poi condite con quello che si desidera. Posso affermare che il classico era con pomodoro olio e sale, ingredienti che non mancavano quasi mai nelle case di ogni famiglia. Da tener presente, che l’agricoltura, era il lavoro principale di quasi tutti. Bastava avere un fazzoletto di terra per avere verdura ed ortaggi per sè stessi. Ma torniamo alle “sagre”. La speculazione è arrivata a fare “sagre” di tutto, anche di prodotti che non sono legate alla terra, ed alla pittuledon grazianotradizione culinaria del territorio. E di questo non sono contento. Ci sono mille cibi tipici per fare delle “sagre”, dal “cauteddru” alla famosa pasta “ciciari e tria”, a “favenette cu le cicureddre creste”, ovvero una purea di fave decorticate e secche con le cicorie di campagna, e gli “gnommareddri“, e non certo la “sagra delle salsicce”, o della “sagra della carne grigliata” e via dicendo. Ora io ricordo che in Salento, o meglio nella mia zona, non ci fossero allevamenti di maiali o di bovini, ma solo di ovini. Quindi impossibile aver avuto salsicce, o carni che non fossero di pecore o di animali domestici, come conigli e galline o galli. Ergo, se vi erano delle carni di maiale in circolazione, erano solo poche e derivanti da qualcuno, che si era allevato un maiale, ed idem per le mucche. Ricordo che le macellerie, aprivano solo il venerdì ed il sabato, per la vendita di carni diverse. Era tradizione la domenica avere un pasto più ricco con pasta con sughi con carne. Quindi che senso ha fare alcune sagre? Ci sono molte pietanze che meritano una sagra, ed allora cosa si aspetta? Un grazie a don Graziano che oltre alla sagra della “friseddra”, ambientata nella piazzetta antistante alla chiesetta di santa Marina, che possiede un affresco di levitazione di un santo, prezioso non per l’autore, che credo sia sconosciuto, e che spesso a quell’epoca era uno dei monaci che viveva li, ma perché è uno dei tre dipinti di levitazione in tutt’Italia come affresco. Ma alla “sagra” delle “Friseddre” sì è potuto gustare anche un’altra specialità tipica, le “pittule“. Si tratta di pasta lievitata e lasciata molto morbida, che poi, tuffata nell’olio bollente, si gonfia. In effetti era un piatto tipico natalizio che si consumava, per chi lo gradiva, tuffandole nel vin cotto. Ora è presente in tutti i ristoranti come antipasto, ma sarebbe più giusto dire come assaggio salentino. Ma questo è un altro discorso che penso affronterò quanto prima. Si associa sempre un minimo di intrattenimento, giusto metodo per attirare turisti e non solo. Hanno allietato la serata due giovani talenti del luogo, che si sono esibiti in un concerto vero e proprio. Ad uno di loro ho posto qualche domanda. Sono stati veramente straordinari sia come tenuta del palco che come voci, interpretando i classici della musica pop italiana. Ho acchiappato al volo Alberto Carluccio prima che salisse sul palco, e gli ho rivolto delle domande.cantante

Questa sera non canterai da solo se non erro?

No, non canto da solo, insieme a me si esibirà una mia grandissima amica, Selenia Stoppa.

Che cosa canterete?

Presentiamo al pubblico i più grandi successi della musica italiana pop, gli intramontabili, quelli impressi nella mente di tutti.

Un periodo che va da 1960 a 1990?

No andiamo un pochino più avanti magari fino al 2000.

Quando hai scoperto di saper e voler cantare?

Diciamo che ho sempre cantato fin da piccolino, iniziando con lo “Zecchino d’oro

Quello di Bologna?

No, quello tavianese. Sono rimasto fedele al mio paesello, poi ho scoperto, strada facendo, la passione per il canto, quindi ora mi ritrovo a cantare nelle piazze ed emozionare con la mia voce il pubblico.

Non hai mai pensato di partecipare a concorsi vari per cercare di uscire dal circuito locale?

Ho provato tantissime volte a fare concorsi a Roma, a Milano, sono arrivato fino alla fine di questi concorsi, ma poi nulla di fatto. Ma mi accontento, mi piace, la gente mi segue, e questa sera come puoi vedere, c’è un bel po’ di gente, e questo mi fa molto piacere.

Ma so che tu hai un altro lavoro, il pasticcere. Hai smesso di farlo per dedicarti esclusivamente al canto ed alle serate?

Continuerò sempre, la pasticceria è la mia seconda passione.

I tuoi progetti futuri? Solo cantare in zona?

 Un progetto che si chiama “italiano vero” che è già uscito, e che porterò nelle piazze. In questo concerto presento tutti i più grandi brani della musica italiana, partendo proprio con “l’italiano” di Toto Cotugno. Saremo il 21 agosto a Mancaversa, marina di Taviano, in piazzetta delle rose, (dove non esiste neanche una rosa finta, sempre che non l’abbiano impiantate ora, ma non credo).

Hai mai deciso di comporre da solo di scrivere un testo?

Non ancora, ma è qualcosa che bolle in pentola.

Devo aggiungere che i due ragazzi avrebbero veramente essere tra i vip interpreti della nostra musica pop, ma si sa che in Italia il talento a volte non è sufficiente, è necessario che vi siano interventi diversi o essere al posto giusto nel momento giusto.  

Antonio Ventura Coburgo de Gnon

Direttore Editoriale
Antonio Ventura Coburgo de Gnon

Direttore Responsabile
Marina Bertucci

Collaboratori
Daniele Lorenzetti - Gianni Bonano - Antonello Zanini 

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