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       Gravi errori nella Fiction "Il paradiso delle Signore"

 

   

    paradisoIl paradiso delle Signore…facendo zapping, mi sono imbattuto in una soap opera che mi ha incuriosito perché parla, di una delle mie passioni: La moda. Sto parlando del "Paradiso delle Signore". La mia curiosità mi ha portato a volerne a sapere di più. Ho così scoperto che le prime due serie, trasmesse in prima serata, presero spunto addirittura dal romanzo di Emile Zola "Al paradiso delle signore", che narrava le storie di un grande magazzino, attraverso gli occhi di una commessa. Lo spunto è decisamente questo, spostando la storia a Milano, e ambientando il tutto alla fine degli anni '50. Anche qui le vicissitudini delle commesse, si intrecciano con quelle di personaggi della borghesia meneghina, in un Italia che si riprende dalle brutture della guerra. La versione serale l'ho trovata ben fatta, sia dal punto di vista della sceneggiatura, che dalla precisa ricostruzione di scenografie e costumi. Facendo però il paragone con la versione quotidiana, ancora in onda, non si può non far caso, a parer mio, di notare che ci sia meno cura, nella ricerca di una certa precisione nella realizzazione dei costumi. Se si pensa che gli anni '60, hanno rappresentato un decennio veramente fondamentale, per la moda italiana, facendola diventare un vero e proprio competitor nei confronti della Francia, mi pare che nel "Paradiso" questo non ne venga fuori come avrebbe dovuto. Mi riferisco a 3 esempi abbastanza significativi del made in Italy dell'epoca, come il pigiama palazzo, o le stampe effetto rompe l'oeil, e gli stampati fantasia che fecero impazzire le donne di tutto il mondo. Lo so che è una fiction, e non un docu film da dover citare i famosi creatori dell'epoca, ma qualche riferimento si sarebbe potuto fare. Una cosa proprio inesatta invece è l'uso del termine stilista, per chi nella soap disegna i modelli. All'epoca, le "Maison" erano dirette dalle "madame", e chi dirigeva il tutto, era la "premiere". Tutti termini francesi, perché fino a quel momento, la moda era predominio d'oltralpe. Le sartorie, assumevano disegnatori per le proprie collezioni, ed il termine che li definiva era figurinista. (Renato Balestra è stato un figurinista dalle Sorelle Fontana ad esempio). Il termine stilista, fu coniato dall'eccentrica giornalista di moda Anna Piaggi, per definire un vero talento della moda dell'epoca, Walter Albini. E questo succede nei primi anni '70. Lui rappresenta la nuova figura, che unisce la creatività all' industria. Per questo fa sorridere sentire, questo termine, nel contesto storico in cui non esisteva proprio. Ma perché chi scrive le storie non fa un minimo di ricerca per non commettere certi errori?

Daniele Lorenzetti

 

 

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