Una Generazione Invisibile: Criminalità minorile e il fallimento di un sistema che deve reinventarsi.
Tre storie, una sola domanda: dove eravamo noi adulti?
A cura del Dott. Andrea Feltri, Criminologo e Criminalista
C'è un momento preciso in cui smetti di leggere le notizie come se fossero fatti isolati e inizi a vederle come i frammenti di uno stesso puzzle. Quel momento, per chi lavora con la criminologia e la psicologia dell'età evolutiva, è arrivato da un po'. Non si tratta più di stupirsi. Si tratta di capire e di avere il coraggio di dirlo ad alta voce.
Tre storie, nelle ultime settimane. Tre ragazzi. Tre comunità che sono rimaste senza parole. Eppure, messe una accanto all'altra, queste storie non sembrano eccezioni: sembrano la regola di un sistema che ha perso la capacità di tenere insieme i suoi pezzi più fragili.
CRONACA · Trescore Balneario (BG) · 25 marzo 2026
Un tredicenne, un coltello, una professoressa
Era una mattina come tante nella scuola media di Trescore Balneario, in provincia di Bergamo. Un alunno di terza media, tredici anni, una storia di disagio vissuta in silenzio — ha estratto un coltello in classe e ha colpito la sua insegnante di francese, Chiara Mocchi, al collo e all'addome. Due fendenti. Davanti ai compagni.
Sul petto indossava una maglietta con la scritta "vendetta". Non un caso. Un messaggio. La professoressa, dopo un delicato intervento chirurgico, è stata dichiarata fuori pericolo. Il ragazzo è stato affidato a una struttura specializzata. Ma la domanda vera che nessuno vuole davvero porsi è rimasta lì, sospesa nell'aria della classe: dove eravamo tutti, mentre questo ragazzino si costruiva quel copione nella testa?
CRONACA · Palermo (PA) · 9 maggio 2026
Il sedicenne di Villaggio Santa Rosalia: «Mi difendevo»
Poco dopo la mezzanotte del 9 maggio 2026, un ragazzo di sedici anni si è presentato spontaneamente alla questura di Palermo. Ha detto che aveva ucciso il suo vicino di casa. Gli agenti della Squadra Mobile lo hanno preso sul serio: nell'appartamento di via Buonpensiero, nel quartiere Villaggio Santa Rosalia, hanno trovato il corpo di Pietro De Luca, pensionato di 69 anni, con il cranio fracassato.
Il sedicenne, reo confesso, sotto interrogatorio nella notte, ha raccontato di essersi difeso da avances sessuali insistenti. Secondo la sua versione, l'uomo avrebbe già avuto in passato atteggiamenti molesti nei suoi confronti. Quella sera la situazione era degenerata: il ragazzo aveva afferrato un oggetto contundente trovato in casa, probabilmente un tubo di ferro, e aveva colpito la vittima almeno tre volte alla testa. Dopo l'omicidio, aveva persino inviato messaggi dal cellulare della vittima alla moglie di lui, scrivendo che il marito avrebbe "tardato" e di "non preoccuparsi".
Le indagini della Procura per i Minorenni di Palermo, coordinate dalla procuratrice Claudia Caramanna, sono ancora in corso per verificare ogni dettaglio della confessione. Restano domande aperte: la natura del rapporto tra i due, le circostanze esatte dell'incontro, la storia pregressa di eventuali molestie. Ma il gesto di costituirsi, confessare, chiedere di essere ascoltato, dice già qualcosa di importante su come questo ragazzo viveva quella notte.
CRONACA · Taviano (LE) · maggio 2026
Il tredicenne e la scacciacani: la scuola come specchio
In una scuola media di Taviano, nel Salento, un ragazzino di tredici anni si è presentato in classe con una pistola scacciacani modello Beretta nello zaino — priva del tappo rosso obbligatorio, con caricatore inserito e tre cartucce a salve. L'ha mostrata ai compagni. Qualcuno ha avvertito i professori. Sono intervenuti i carabinieri delle stazioni di Taviano e Casarano, che hanno sequestrato l'arma. La Procura per i Minorenni di Lecce ha aperto un fascicolo.
La cosa che fa più riflettere non è l'episodio in sé. È che si trattava del secondo caso identico nello stesso istituto nel giro di tre mesi: a febbraio, un altro tredicenne aveva portato a scuola una pistola da softair trovata nell'abitazione del padre. Il legale della famiglia ha parlato di "episodio emulativo", invocando il dialogo tra scuola e famiglia. La Procura, considerando il minore non imputabile per età, ha valutato l'intervento dei servizi sociali. Ma la domanda, quella stessa domanda che aleggia su tutte e tre le storie, rimane: Cosa stava cercando di dire questo ragazzo, in un modo tanto rumoroso?
Un fenomeno in crescita che non possiamo più leggere come eccezione
I numeri, freddi, implacabili, necessari, parlano prima ancora delle storie. In Italia, i minori denunciati o arrestati per lesioni personali hanno raggiunto quota 4.653 nell'anno più recente rilevato, quasi il doppio rispetto a dieci anni prima. Solo nel primo semestre del 2025 si sono registrati già 2.425 casi. Dal 2010 al 2022, le segnalazioni di minorenni coinvolti in reati sono aumentate del 15,3%, passando da 28.196 a 32.522.1.
4.653 minori denunciati per lesioni personali +15,3%
segnalazioni in crescita dal 2010 al 2022 11%
degli omicidi nel 2024 commessi da minorenni 40%
studenti coinvolti in risse (ESPAD 2023)
Ma il dato che più dovrebbe toglierci il sonno non è la quantità, è la qualità dei reati: la violenza fisica e le rapine tra minorenni crescono più dei reati predatori semplici. Nel 2024, la percentuale di omicidi commessi da minorenni è salita all'11% del totale degli omicidi in Italia, rispetto al 4% dell'anno precedente. Quattro volte tanto, in un solo anno.
Il 3,6% degli adolescenti italiani dichiara di aver ripreso scene di violenza in prima persona. Non stiamo parlando di casi eccezionali. Stiamo parlando di un pattern.
Il rapporto ESPAD Italia 2023 aggiunge un tassello inquietante: quasi il 40% degli studenti delle scuole superiori tra i 15 e i 19 anni ha partecipato a zuffe o risse nell'arco dell'anno scolastico. Il 4,2% dichiara di aver colpito un insegnante. Il 3,7% di aver usato un'arma per ottenere qualcosa. Non sono dati che vengono da un paese in guerra. Vengono dall'Italia del 2023-2024. E il 13,4% dei ragazzi tra i 15 e i 19 anni ha assistito a scene di violenza filmate sui social. Il 3,6% le ha riprese in prima persona.
Chi continua a dire che non è un'emergenza, ha tecnicamente ragione sul piano comparativo: L'Italia resta uno dei paesi europei con il tasso di criminalità minorile più basso. Ma i numeri assoluti vanno letti in direzione, non solo in valore assoluto. E la direzione è una sola.
L'adolescente di ieri e quello di oggi: due creature diverse
Per capire davvero cosa sta accadendo, bisogna fare un passo indietro nel tempo e chiedersi: chi era un adolescente vent'anni fa? E chi è oggi?
Nel 2004-2005, un ragazzo di tredici anni viveva in un mondo fatto di cortili, oratori, campi da calcio, pomeriggi trascorsi in giro con i coetanei. I conflitti si consumavano negli spazi fisici, mediati dalla presenza del corpo, degli sguardi, di adulti che prima o poi intervenivano. Le umiliazioni avevano una dimensione locale: le ricordavi tu, le ricordavano i tuoi amici, e col tempo sbiadivano. Le amicizie si costruivano attraverso il contatto diretto, attraverso la condivisione di esperienze concrete: un pomeriggio al parco, una partita, un litigio risolto il giorno dopo.
L'adolescente del 2026 è una creatura diversa. Non biologicamente, ma esperienzialmente. Trascorre in media diverse ore al giorno davanti a uno schermo. Ha il suo primo smartphone a undici anni, spesso anche prima. A tredici ha già un profilo Instagram, un account TikTok, forse un canale YouTube. Si costruisce un'identità pubblica prima ancora di avere un'identità privata consolidata.
Le ricerche neuroscientifiche degli ultimi anni mostrano qualcosa di straordinariamente preoccupante: l'uso intensivo dei social media durante l'adolescenza altera la connettività cerebrale nelle aree deputate alla regolazione emotiva, all'elaborazione della ricompensa e al controllo cognitivo. Il cervello adolescente è già fisiologicamente impulsivo, già incline a privilegiare il breve termine sull'investimento futuro. I social amplificano queste caratteristiche in modo esponenziale.
Jonathan Haidt, psicologo sociale e autore di studi fondamentali sul tema, sostiene che l'infanzia basata sul telefono abbia letteralmente "riprogrammato" il cervello dei ragazzi, contribuendo allo sviluppo di ansia, depressione e autolesionismo a partire dal 2012, esattamente l'anno in cui la diffusione degli smartphone tra gli adolescenti ha raggiunto la massa critica. Non è nostalgia. È neurologia applicata.
La firma psicologica dei tre episodi
Torniamo ai tre ragazzi. Un criminologo comportamentale non li guarda come tre storie separate. Li osserva come tre declinazioni diverse dello stesso malessere di fondo.
Il ragazzo di Trescore
La maglietta con la scritta "vendetta" non era un dettaglio casuale. Era un elemento di comunicazione premeditata. Non è istinto. È un messaggio inviato a chi avrebbe dovuto riceverlo — ai compagni, agli insegnanti, al mondo. È la trasposizione fisica di un copione mentale che si era già costruito, di un'identità parzialmente definita attraverso il risentimento e l'isolamento. Chi indossa quella maglietta e poi commette quell'atto sta seguendo uno script narrativo che ha già elaborato. Probabilmente lo ha visto da qualche parte. Probabilmente lo ha desiderato per un tempo che non è stato rilevato da nessuno.
Il fatto che abbia ripreso l'aggressione col cellulare è ancora più significativo. Nella mente di molti giovani oggi, un'azione esiste pienamente solo se viene documentata e potenzialmente condivisa. La violenza filmata non è una conseguenza del disagio, è diventata parte integrante, una forma di autorappresentazione che il web ha normalizzato.
Il sedicenne di Palermo
Costituirsi a mezzanotte, confessare spontaneamente: in quel gesto c'è qualcuno che non voleva sparire nel silenzio. C'era ancora una parte di lui che chiedeva di essere visto.
Questo caso è, criminologicamente parlando, tra i più complessi. Un ragazzo di sedici anni che uccide e poi va a costituirsi alle forze dell'ordine in piena notte racconta una storia psicologica stratificata. Da un lato c'è l'atto, la violenza letale, il trauma che precede e quello che segue. Dall'altro c'è il gesto della costituzione volontaria: qualcuno che non vuole sparire nel silenzio, che in qualche modo vuole essere fermato, ascoltato, giudicato.
Se la versione del ragazzo dovesse trovare riscontro e le indagini lo stabiliranno, ci troveremmo di fronte a un minorenne che ha vissuto per un tempo non precisato una condizione di abuso o molestia da parte di un adulto di riferimento, senza che nessuno, evidentemente, se ne accorgesse o intervenisse. Fino a quando la risposta non è diventata letale. Non è una giustificazione. Non è un'assoluzione. Ma è una lettura che dobbiamo avere il coraggio di fare, perché senza quella lettura non si previene nulla.
Il tredicenne di Taviano
Questo episodio, il meno drammatico in termini di conseguenze immediate, è forse il più eloquente in chiave preventiva. Un ragazzo porta un'arma a scuola, la mostra ai compagni. È un comportamento di ricerca di status, di attenzione, di appartenenza a un immaginario fatto di potere e controllo che i media digitali promuovono senza sosta. Il fatto che sia il secondo episodio identico nello stesso istituto in tre mesi non è una coincidenza: è emulazione. E l'emulazione è uno dei meccanismi più potenti e più sottovalutati nella devianza minorile.
Il ragazzo non è imputabile. Il pubblico ministero ha valutato l'intervento dei servizi sociali. È il percorso giusto. Ma la domanda che rimane è: perché si è arrivati fino lì? Chi aveva attorno a lui che potesse riconoscere, prima di quel mattino, che qualcosa non stava andando?
Il problema non è il minore: è il sistema attorno a lui
Uno degli errori più gravi che si commette nel dibattito pubblico su questi episodi è quello di concentrare tutta l'attenzione sull'autore del reato, come se fosse un'entità autonoma, sorta dal nulla, senza storia e senza contesto. Come se quel ragazzo di tredici anni si fosse svegliato una mattina e avesse deciso di essere violento.
La criminologia comportamentale lavora in modo radicalmente diverso. Non cerca il colpevole. Cerca il sistema che ha prodotto quel comportamento. E quello che trova, quasi invariabilmente, è una rete di fallimenti che si intersecano: la famiglia, la scuola, il gruppo dei pari, il contesto digitale, l'assenza o l'inadeguatezza dei servizi di supporto psicologico.
Tra le cause principali della violenza giovanile identificate dalla letteratura criminologica ci sono solitudine strutturale, abuso dei social media e assenza genitoriale — non come abbandono affettivo, ma come incapacità di stare presenti in un ecosistema digitale che i genitori spesso non capiscono e non abitano.8 Un genitore può essere fisicamente in casa ma completamente assente, assorbito dal proprio smartphone. E un figlio che vede il proprio genitore incollato a uno schermo impara che quello è il modo normale di stare nel mondo.
Non è una critica moralista. È la descrizione di un cambiamento strutturale che ha travolto le famiglie senza che nessuno le preparasse ad affrontarlo. La rivoluzione digitale è avvenuta in quindici anni. I modelli educativi si aggiornano in generazioni. Il divario tra la velocità del cambiamento tecnologico e la lentezza dell'adattamento culturale è una delle cause più profonde di questa crisi.
Il nodo dell'imputabilità: una norma giusta in un mondo che è cambiato
Il ragazzo di Trescore ha tredici anni. Non è imputabile. L'articolo 97 del codice penale italiano è esplicito: chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, non aveva compiuto i quattordici anni, non è mai imputabile. Non si procede penalmente nei suoi confronti. È stato affidato a una struttura specializzata per ricevere supporto psicologico e psichiatrico. Almeno in teoria, questo è il percorso giusto.
Tra i 14 e i 18 anni la situazione è diversa. L'articolo 98 del codice penale prevede che il minore possa essere imputabile solo se il giudice accerta che, al momento del fatto, aveva capacità di intendere e di volere. Non è automatico. Non è scontato. È una valutazione caso per caso, che tiene conto della maturità psicologica reale del soggetto, non solo dell'età anagrafica.10.
Questa architettura normativa ha una logica profondamente garantista e umanamente sensata. L'ordinamento penale italiano riconosce che i minori non sono adulti in miniatura, che il loro sviluppo psicologico è ancora in corso, che punire non è la risposta al disagio infantile. È una visione che si fonda su decenni di psicologia dello sviluppo e criminologia clinica.
Eppure c'è una tensione che oggi è impossibile ignorare. La soglia dei 14 anni è stata fissata in un'epoca in cui l'adolescenza aveva confini temporali diversi, in cui un tredicenne aveva accesso a un tipo di stimolazione esterna radicalmente diversa da quella attuale. Oggi, un tredicenne può aver trascorso anni immerso in contenuti violenti, in comunità online che glorificano l'aggressività, in ecosistemi digitali che normalizzano comportamenti estremi. Non è più comparabile al tredicenne del 1990, né biologicamente né esperienzialmente.
Questo non significa abbassare la soglia di imputabilità. Sarebbe una risposta sbagliata a una domanda giusta. Significherebbe criminalizzare il disagio invece di curarlo, alimentare un circolo vizioso che non protegge nessuno. La risposta corretta è diversa, più complessa, più urgente: serve un sistema che intercetti i ragazzi prima che arrivino all'esplosione, non uno che li punisca dopo.
La scuola sola di fronte a un compito impossibile
La scuola è il secondo contenitore di socializzazione dopo la famiglia. È il luogo in cui il disagio spesso si manifesta per primo, dove i segnali diventano visibili, dove le dinamiche relazionali entrano in crisi. È anche il luogo in cui, se ben strutturata, la prevenzione può essere più efficace.
Ma la scuola italiana è spesso sola di fronte a questa responsabilità. Gli insegnanti fanno il possibile e molti di loro fanno un lavoro straordinario in condizioni difficili, ma non sono psicologi, non sono profiler, non sono assistenti sociali. Riconoscere i segnali di un disagio psicologico grave richiede competenze specifiche che la formazione universitaria degli insegnanti raramente fornisce in modo adeguato.
I servizi di neuropsichiatria infantile in Italia sono cronicamente sottofinanziati e oberati di richieste. Le liste d'attesa per una valutazione psicologica di un minore possono arrivare a mesi in molte regioni. Questo significa che quando un genitore o un insegnante riconosce finalmente che c'è un problema, il momento dell'intervento professionale arriva spesso troppo tardi.
Ciò che servirebbe è un modello di scuola integrata, non solo come istituzione che trasmette conoscenze, ma come ecosistema educativo che include psicologi scolastici stabili e presenti, non solo per le emergenze ma come figure di presidio quotidiano. Protocolli chiari per la gestione dei segnali di allarme. Connessioni strutturate con i servizi sociali e sanitari del territorio. E soprattutto un approccio educativo che metta al centro lo sviluppo emotivo e relazionale dei ragazzi, non solo quello cognitivo.
È strano, se ci si pensa, che si insegni matematica e storia a tutti, ma non si insegni sistematicamente a gestire la rabbia, a chiedere aiuto, a riconoscere quando si sta soffrendo.
Il ruolo dei social media: regolazione, non proibizione
La questione dei social media nella vita degli adolescenti è spesso affrontata in modo ideologico. C'è chi vuole proibirli totalmente ai minori e chi sostiene che qualsiasi restrizione sia inutile e anacronistica. La verità è più sfumata e richiede un approccio più sofisticato.
Vietare i social media ai minori di sedici anni, come hanno fatto o stanno valutando alcuni paesi, non è in sé una soluzione. Chi vuole aggirare questi divieti lo fa con facilità. Ciò che serve è una combinazione di approcci: alfabetizzazione digitale strutturata e obbligatoria nelle scuole fin dai primi anni; responsabilizzazione reale delle piattaforme sui contenuti a cui i minori hanno accesso; presenza adulta consapevole e non intrusiva nella vita digitale dei figli.
Il modello culturale che dobbiamo costruire non è quello del controllo paranoico, ma quello della presenza consapevole. Un adulto che conosce il mondo digitale in cui si muove suo figlio, che ne parla con lui senza giudicarlo, che crea uno spazio sicuro in cui si possa nominare anche l'indesiderato. Perché i ragazzi trovano moltissime cose che li disturbano online — dai contenuti violenti alla pornografia hardcore, dall'incitamento all'autolesionismo alle ideologie estremiste. E se non hanno un adulto con cui parlarne, quelle cose rimangono lì, a sedimentarsi.
Per una nuova visione della prevenzione: sistemica, integrata, tempestiva
Tutto quello che abbiamo descritto converge verso una sola conclusione: la criminalità minorile non si affronta con più polizia e più prigioni. Si affronta con più prevenzione, più supporto, più presenza adulta competente e consapevole. La prevenzione efficace opera su tre livelli, e tutti e tre devono essere attivi contemporaneamente.12.
Il primo livello è la prevenzione primaria, rivolta all'intera popolazione giovanile: programmi di educazione socio-emotiva nelle scuole, formazione alla genitorialità digitale, spazi di aggregazione sicuri, politiche culturali che valorizzino modelli di comportamento positivi. Non è un lavoro da campagna elettorale. È un investimento di lungo periodo che richiede continuità politica e risorse stabili.
Il secondo livello è la prevenzione secondaria, rivolta ai giovani che mostrano segnali di rischio. Il ragazzo di Trescore non era emerso dal nulla il 25 marzo. Aveva una storia di disagio psicologico. Era isolato. Portava quei segnali addosso. La domanda che dobbiamo porci con onestà è: chi li aveva visti? E cosa era stato fatto?
Il terzo livello è la prevenzione terziaria, rivolta a chi ha già avuto comportamenti devianti: percorsi di recupero, sostegno psicologico continuativo, reinserimento scolastico e sociale strutturato. È esattamente il percorso che il ragazzo di Trescore sta — giustamente — seguendo. La questione è che non dovremmo arrivare lì. Dovremmo intercettarli prima.
Un'ultima riflessione: che adulti vogliamo essere?
Quando accadono fatti come questi, la reazione collettiva oscilla tra l'indignazione e lo sconcerto. Vogliamo punire, vogliamo spiegare, vogliamo mettere in sicurezza. Sono reazioni comprensibili. Ma non sono sufficienti.
La domanda che un criminologo deve porre in modo diretto, anche quando è scomoda, è questa: che modelli offriamo a questi ragazzi? In una società in cui la violenza è spettacolo quotidiano sui social, in cui l'aggressività verbale è diventata il linguaggio normale del dibattito pubblico, in cui la sopraffazione è spesso presentata come forza e il rispetto come debolezza in questa società, dobbiamo chiederci se meraviglia davvero che qualcuno, nel momento della sua maggiore fragilità evolutiva, riproduca quei pattern.
Non stiamo assolvendo nessuno. Non stiamo dicendo che è colpa della società e che le responsabilità individuali non esistono. Stiamo dicendo che le responsabilità individuali esistono dentro un contesto. E che il contesto siamo noi. Siamo gli adulti che sono stati eletti, che hanno scritto le leggi, che hanno costruito le scuole, che hanno cresciuto questi ragazzi. E siamo anche gli adulti che devono avere il coraggio di cambiare approccio, di ammettere che quello che stiamo facendo non è sufficiente, e di fare meglio.
La professoressa Mocchi è fuori pericolo. Il ragazzo di Trescore è in una struttura specializzata. Il sedicenne di Palermo è sotto inchiesta della Procura per i Minorenni. Il tredicenne di Taviano è tornato a casa. Ma ci sono migliaia di ragazzi come loro, alcuni forse più vicini all'esplosione di quanto immaginiamo che non hanno ancora incontrato il supporto di cui hanno bisogno. Sono nelle nostre scuole. Sono nelle nostre famiglie. Stanno guardando i loro smartphone in questo momento.
La domanda è se noi stiamo guardando loro.
Fonti e riferimenti scientifici
1. Save the Children Italia, Rapporto sulla criminalità minorile 2026. Disponibile su savethechildren.it. [Dati su minori denunciati e tendenze 2010-2025].
2. Servizio Analisi Criminale, Direzione Centrale della Polizia Criminale, Criminalità minorile in Italia 2010–2022, Ministero dell'Interno, Roma. [Aumento del 15,3% delle segnalazioni].
3. CNR-IFC, Rapporto ESPAD Italia 2023: uso di sostanze e comportamenti a rischio tra gli studenti, Istituto di Fisiologia Clinica, Pisa, 2023.
4. Save the Children Italia, Violenza giovanile filmata: il 13,4% dei ragazzi ha assistito a scene di violenza sui social, Orizzontescuola.it, 2024.
5. Istituto Beck, Social media e modificazioni del cervello adolescente, istitutobeck.com, 2024.
6. UNC Chapel Hill / Università della North Carolina, Studi neuroscientifici sull'impatto dei social media sul cervello in sviluppo, Pubblicazioni su PNAS e Psychological Science, 2022-2024.
7. Haidt, J., The Anxious Generation: How the Great Rewiring of Childhood Is Causing an Epidemic of Mental Illness, Penguin Press, New York, 2024.
8. La Nazione, Interviste ai dirigenti scolastici sulla violenza giovanile, lanazione.it, marzo 2026.
9. Codice Penale Italiano, Art. 97: Non imputabilità del minore degli anni quattordici. R.D. n. 1398/1930 e ss.mm.
10. Codice Penale Italiano, Art. 98: Imputabilità del minore tra i quattordici e i diciotto anni. Valutazione della capacità di intendere e di volere.
11. Masterin.it, Devianza minorile: comprendere le cause e implementare strategie di prevenzione, masterin.it, 2024.
12. Pulse-Z, La criminalità minorile in Italia: fattori di rischio e strategie di reinserimento, pulse-z.eu, 2025.
13. Associazione Antigone, Report 2026 sulla devianza minorile in Italia, Roma, 2026.
14. L'Osservatore Romano, In Italia fra i ragazzi cresce la povertà più che la criminalità, osservatoreromano.va, febbraio 2026.
15. Quotidiano di Puglia / Antenna Sud / Gazzetta del Sud / Telenorba, Taviano, tredicenne a scuola con pistola scacciacani, maggio 2026.
16. ANSA / Il Mattino / TGCom24 / Adnkronos / LiveSicilia, Palermo, 16enne uccide un uomo e si costituisce, 9-10 maggio 2026.
17. Centro Studi Affido, Minorenni e prevenzione del disagio: linee guida operative, centrostudiaffido.it, 2024.
18. Diritto.it, Devianza minorile ed esperienze di prevenzione: un impegno per operatori, nuovi servizi e comunità, 2024.
Ricerche di cronaca a cura della Dott.ssa Maristella Mastrogiovanni
Andrea Feltri