corpo 10 settimanale online

Una pratica culturale/religiosa che dovrebbe essere messa al bandio in tutto il mondo!

andrea feltri criminologoMolti di noi pensano di essere immuni ai problemi che agli altri provocano stati di malessere di carattere sia fisico che psicologico; crediamo infatti che ciò che succede al prossimo a noi non possa mai succedere e mai interessarci.
Queste false sicurezze non sono diffuse solo tra i singoli ma le hanno, forse più sviluppate, anche i gruppi e le società complesse. Società che sono sempre più in continuo mutamento, sempre più nuovi input penetrano il sistema che a sua volta si destruttura per poi ristrutturarsi, si modifica, si mette al passo con i tempi. E’ questo un fenomeno che si avvia non solo quando le influenze sono positive ma anche quando queste ultime sono negative.
Nella società attuale, complessa e multiculturale, ogni input culturale in entrata crea un piccolo collasso del sistema con una conseguente ristrutturazione. Non tutti gli input culturali, però, sono digeriti dal sistema, infatti, altri input in contrasto con il sistema stesso devono essere rigettati: è un pò quello che succede nel corpo umano con i virus. Così come non siamo immuni da tutti i virus, così non siamo immuni da tutti gli input culturali.
Un esempio lampante è quell’input culturale chiamato infibulazione (termine derivante dal latino “fibula”, spilla), che sta provocando ora una risposta “immunitaria” dalle società occidentali.
Fino a qualche anno fa il problema era strettamente legato alla cultura africana da cui proviene e nessuno o quasi se ne preoccupava, ora dopo una serie di grandi ondate immigratorie il problema è percepito e combattuto praticamente da tutti.
Tutto nasce nel momento in cui una donna, ad esempio somala, che abbia subito una mutilazione genitale che nel paese di provenienza è percepita come assolutamente auspicabile per tutte le bambine che devono diventare donne, a contatto con un’altra cultura come quella italiana ed integratasi in questa, inizia a vivere la sua menomazione come un problema che ne causa una serie di altri.
Esistono diverse credenze sull’infibulazione, sui paesi che la incoraggiano o la tollerano, sui modi di farla: non tutte sono vere e non tutte sono false.
L’infibulazione  praticata per motivi rituali o culturali e non terapeutici sulle donne si divide in quattro categorie:
La circoncisione o infibulazione as sunnah, si limita alla scrittura alla punta del clitoride con fuoriuscita di sette gocce di sangue simboliche;
Clitoridestomia, asportazione del clitoride senza toccare le piccole e le grandi labbra;
Escissione al uasat: asportazione del clitoride e taglio totale o parziale delle piccole labbra;
Infibulazione (circoncisione faraonica o sudanese), asportazione totale del clitoride, delle piccole labbra, parte delle grandi labbra con successiva cauterizzazione, cucitura della vulva lasciando aperto un foro per permettere la fuoriuscita dell’urina e del sangue mestruale.
Sono circa una trentina i paesi africani dove si pratica la mutilazione dei genitali femminili.
La Somalia e l’Egitto hanno il triste primato della infibulazione faraonica e si calcola che il 98% delle donne somale e il 97% di quelle egiziane sia stata mutilata. Ma anche a Mali (94%), Etiopia (90%), Burkina Faso (70%), Ciad e Nigeria (60%) la pratica è diffusa anche se con modalità differenti.
La circoncisione femminile, anche se in forme meno modificanti della struttura morfologica sessuale, viene praticata dalle popolazioni musulmane, spesso rurali, dell’Indonesia, India, Malesia, Pakistan, Oman, Yemen e negli Emirati Arabi.
E’ un rito di passaggio, tra l’infanzia all’adolescenza, questo spiega tutte le parole di benedizione, di augurio, per la ragazza appena infibulata, mentre lei sta sdraiata sul letto, vestita a festa, viene “benedetta” e chiamata “al-‘arusa” ( sposa).
L’infibulazione rappresenta quindi un punto principale di cambiamento nel comportamento della ragazza, ma anche in altri aspetti come nel modo di vestire, nel parlare, nel comune senso del pudore, nel riconoscere la separazione fra i due sessi e anche nel modo di rendere conto di sé stessa, in qualità di giovane donna e non più di bambina.
Le garanzie sanitarie, per chi pratica l’infibulazione, dipendono dall’agiatezza della famiglia: vediamo che i ricchi si rivolgono a medici compiacenti mentre i poveri soprattutto delle zone rurali, si rivolgono a donne esperte le quali, con coltelli ed a volte con strumenti  improvvisati, praticano i tagli, per poi applicare misture di erbe, cenere o terra per cauterizzare le ferite il tutto terminando l’operazione con l’immobilizzazione delle gambe della bambina al fine di consentire una migliore cicatrizzazione.
Se nell’immediato le bambine riescono a non morire per eventuali infezioni sopraggiunte, la vita futura  sarà penosa, i rapporti sessuali ed i parti saranno particolarmente dolorosi e la cicatrice può risultare così estesa da rendere difficile persino la deambulazione.
L’infibulazione non è una pratica religiosa e soprattutto non è una pratica religiosa musulmana, non vi è traccia della liceità di questa pratica nel diritto religioso musulmano cioè nella shari’, anzi di recente alcune autorevoli prese di posizione di studiosi islamici le hanno sconsigliate, primo fra tutti il Gran Muftì d’Egitto,  rettore dell’università islamica del Cairo, Mohammed Sayid Tantaoui che in un fatwa di due anni fa scrisse che non si poteva trarre dal Corano né dagli insegnamenti del profeta alcuna indicazione al riguardo. Tantaoui dichiarò poi di non avere mai sottoposto la figlia a tale pratica. Dopo questo parere, il consiglio di Stato egiziano la vietò in tutto il Paese.
Non essendoci fondamento in nessun precetto religioso, in molti Paesi musulmani, come fra molte popolazioni di religione cristiana, animista o ebrea si crede che le donne non infibulate siano impure. I primi a proibire questo costume furono i Gesuiti nel XVII secolo.
Il problema però non venne mai affrontato veramente dagli europei fino ai primi anni di questo secolo, quando in Kenya i missionari protestanti scozzesi proibirono tale pratica ai loro fedeli: ne nacquero di conseguenza dei tumulti perché la pratica era molto diffusa e le altre missioni, ad esempio quelle cattoliche, non avevano affrontato il problema. Il padre del Kenya moderno, Yomo Keniatta, difese l’infibulazione come una pratica culturale importante.
Nella tradizione infatti, le mutilazioni dei genitali femminili non sono considerate un atto di violenza sulla minore, bensì un segno di attenzione e di cura della famiglia verso la bambina: la donna a cui non è stata praticata l’infibulazione, è stata, cioè, una bambina di cui nessuno si è preso cura.
Pertanto si comprende il fatto che le ragioni che portano una madre a mutilare la figlia sono fortemente radicate nella tradizione culturale: alcune sono ragioni di tipo religioso (anche se non vi è una precisa indicazione da parte del Corano), altre sono di tipo psico sessuale ed altre infine ragioni di natura sociale.
Per quanto riguarda il secondo ordine di ragioni, vediamo che il clitoride è ritenuto un organo aggressivo, pericoloso per l’organo maschile e per il bambino durante il parto soprattutto nei paesi quali Mali, Kenya, Sudan, Nigeria. In altri Paesi si pensa invece che, al momento della nascita, entrambi i sessi convivano nella stessa persona: il clitoride rappresenta l’elemento maschile nella donna e il prepuzio l’elemento femminile nel maschio; entrambi quindi vanno recisi per definire meglio il sesso di una persona. Si pensa altresì che sia necessario attenuare il desiderio sessuale delle donne, proteggersi dalla ipersessualità femminile per favorirne la castità.
Ponendo attenzione sulle ragioni sociali, vediamo che le mutilazioni genitali femminili hanno lo scopo di favorire la verginità fino al matrimonio in una società dove le relazioni al di fuori di esso sono punite severamente. Una donna non infibulata, anche se vergine, può difficilmente trovare marito. Nelle società in cui è praticata la poligamia le mutilazioni sono considerate utili affinchè le richieste sessuali delle donne non siano eccessive. L’infibulazione è qui intesa come una specie di protezione per la ragazza e questa può permettere la possibilità di recupero in caso abbia avuto un rapporto non lecito poiché può essere ripristinata, come avviene d’altronde dopo il parto. Sempre nell’ordine delle ragioni sociali, si nota che nelle società povere dove il matrimonio è una protezione sociale ed economica per le donne, i genitori pensano che con le mutilazioni genitali femminili si possa garantire un futuro alla figlia, integrandola nelle cultura locale, proteggendo la sua verginità e quindi dandole più possibilità di sposarsi.
C’è chi crede poi che l’infibulazione rappresenti una pulizia personale per l’organo sessuale della donna e pensano che se si lasciano le ragazze non infibulate, potrebbe maturare in loro una certa malattia detta “ad-duda”( il verme), curabile solamente con l’infibulazione stessa.
Certo è che l’infibulazione ha uno scopo anche economico che si inserisce perfettamente nel contesto culturale della società tradizionale, ad esempio sudanese, visibile nei regali che le altre famiglie vicine danno alla ragazza, sia soldi, sia animali da allevamento nei territori di campagna.
Per questo l’infibulazione rappresenta anche l’ingresso della ragazza nel mondo economico creandosi una proprietà personale. La nascita è il primo passo in cui si regala alla famiglia del neonato un animale da sacrificare, il secondo passo è l’infibulazione se è femmina, la circoncisione se è maschio.
L’infibulazione, nel contesto sociale di chi la pratica, ha anche un’indicazione di bellezza, è radicata la convinzione che la parte sessuale della donna è brutta non si può vederla se non è infibulata; diventerebbe, così più bella e più elegante quando invece lo è.
“…Come ci si tagliano i capelli dalla testa, ci si fa la barba ed i baffi per la bellezza del viso, allo stesso modo avviene per l’infibulazione; pensate che il pene dell’uomo sia bello senza essere circonciso? Lo stesso vale per la parte genitale della donna...”.


* criminologo clinico, studioso di cultura islamica

Direttore Editoriale
Antonio Ventura Coburgo de Gnon

Direttore Responsabile
Marina Bertucci

Collaboratori
Daniele Lorenzetti - Gianni Bonano - Antonello Zanini 

Credits: 
Tony Barattiero | Computer Grafica siti web 

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