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Quando la passione mista alla creatività ed al buon gusto si erge ad alta moda sotto le mani creative di Camaiani.

abiti Camaiani Vittorio Camaiani, torna sulle passerelle romane. Ha sentito la mancanza di Alta Roma? 

Credo che AltaRoma anche se è stata spesso criticata manchi a tutti quelli che l’hanno calcata. Puntava comunque una luce sul nostro impegno nel produrre bellezza attraverso l’artigianalità. Come Vitttorio Camaiani Negli ultimi anni non abbiamo però trascurato la Capitale attraverso piccoli defilè dal sapore retro e un importante appuntamento che avviene ogni primavera nelle splendide sale di Palazzo Colonna, per la stampa e le nostre clienti

.Sta subendo, ultimamente, l’alta moda italiana, un periodo di… chiamiamolo “decadimento”. È dovuto alle cattive organizzazioni, o agli stilisti che preferiscono altri lidi, altri posti, altre possibilità, o sfilare per conto proprio?L’alta moda vive meno, non perché non ci sia più voglia di farla o non ci siano più sarti in grado di realizzarla, ma perché viviamo tempi diversi da quelli vissuti dalla nascita dell’alta moda italiana, piena di allure in un contesto di vita più lenta, elegante e con molta più cura della persona. La velocità del nostro tempo ha portato tanto prodotto, tanta appariscenza, tanto “rumore”, a discapito della qualità

.Credo, che stiano organizzandosi per iniziare a riproporla, magari in maniera un po’ in sordina, in maniera più ridotta. Saresti d’accordo a partecipare a questi nuovi piccoli eventi di alta moda?Nel 2017, con una collezione dedicata a Marrakech e presentata nel giardino esotico della casa di Marina Ripa di Meana, lasciammo la passerella di alta Roma, proponendo direttamente a clienti e stampa le nostre collezioni ogni sei mesi. Vediamo attenzione sia da parte delle clienti che dai media. Per ora ritengo che andremo avanti così.

Per questa collezione, se non erro, ti sei ispirato all’Oriente, ma l’Oriente è vasto…In realtà sono partito dall’Indonesia, paese che conosco da molti anni. Trovo che la semplicità, l’eleganza innata e la linearità del loro stile unito al nostro, possa diventare un unicum straordinario. “Amo la moda senza confini geografici”

Sono i tuoi viaggi che ispirano le tue collezioni? Se ben ricordo, ogni collezione è ispirata quasi ad un viaggio…Si spesso ho portato nelle mie collezioni paesi vicini e lontani, lo sguardo cattura e la matita trasforma tutto in abito. Ricordo un tramonto a Santorini che ispirò la creazione di un abito rosso con orlo a scala, o un viaggio a Marrakech dove i colori delle spezie diventarono un cappotto con tagli geometrici.Che tipo di donna tu vorresti vestire?Una donna libera, “soprattutto di scegliere” che vive e affronta la vita d’oggi. Non paragonabile alla vita delle donne del passato che avevano il tempo di indossare un cappello o una veletta e di uscire di casa con tutta calma, “altri tempi”.

Non hai ispirazioni, come molti dei colleghi, a dive, a periodo storici particolari nella moda?

La moda, è quello che si vive adesso. Ovviamente si possono toccare temi e personaggi che hanno segnato il passato, rileggendolo per cercare di dire qualcosa di nuovo, potremmo dire “di moda”. Ovviamente cerco sempre di creare abiti che possano vestire realmente una donna, che siano davvero indossabili nella vita di tutti i giorni.

…cosa che, ultimamente, nelle collezioni sembra che si siano dimenticato il concetto che gli abiti debbano essere indossati. Si vedono delle proposte allucinanti, tipo i cuscini legati addosso ad un corpo, o dei materassi, cosa ne pensi?

La moda oggi è business, fatta non più sul tavolo da disegno e in sartoria ma su tavoli circondati da manager, lo stesso stilista è una figura che appartiene al passato. Un rossetto, una borsa, un profumo, questi sono i numeri della moda. Ieri Valentino, Armani, li riconoscevi senza vedere l’etichetta. Oggi viviamo in un mondo dove l’etichetta è solo fuori. Ecco perché sono riconoscibile.

Certo perché bisogna essere creativi veramente, e sentire che uno disegna quello che  vuole, per poi seguire tutto l’iter della realizzazione. Segui tutto passo per passo? Questo è un mestiere che nasce dal cuore, la creatività ovviamente va nutrita per permetterti di avere visioni che poi si traducono sul tessuto e mani esperte che realizzano i nostri abiti. Ho avuto poi la fortuna di avere al mio fianco sin dagli inizi, Daniela Bernabei, moglie e musa che segue tutte le fasi delle collezioni.

Quindi tu parti dal disegno?

Parto dall’ispirazione evocata da un viaggio, da una mostra, da un libro, che tramuto in bozzetti che divengono poi cartamodelli, tele e alla fine abiti.

Normalmente gli stilisti finita la collezione, già  pensano alla prossima, quindi?

Non c’è mai fine. Bozze, appunti, scritti, in un flusso continuo che costruisce nuovi racconti.

Non hai mai pensato a collezioni da uomo?

L’uomo è molto più complesso, e sono molto legato a sarte che hanno sempre lavorato per abiti femminili. Per l’uomo è diverso, dovrei appoggiarmi ad un partner del mestiere e tu sai benissimo, parlando anche del sud, che è una zona dove è ancora molto forte la mano d’opera legata anche all’uomo. Ma è necessario trovare un partner giusto, solido, altrimenti alla fine diventa un’operazione sbagliata, meglio aspettare un giusto licenziatario.

Una volta disegnavi gli accessori, continui?

Qualcosa per completare la collezione, inserisco sempre qualche accessorio, collaboro con diverse aziende, di scarpe, cappelli, borse e piccola pelletteira, con le quali collaboro da anni. Gli accessori, sono comunque legati al racconto della collezione. Qualche cliente, soprattutto per le cerimonie, mi chiede la possibilità di avere una scarpa o una borsa, e grazie a piccole realtà artigiane riesco a soddisfare queste esigenze.

Adesso pongo una domanda incresciosa. Perché le griffe italiane, una volta che lo stilista capo non c’è più, spariscono, mentre quelle francesi o americane, continuano alla grande, vedi Dior, Chanel, mentre da noi, Ferrè scomparso, Krizia scomparsa…

Secondo me, la moda francese nasce prima del nostro made in italy. Noi stiamo vivendo il ricambio generazionale delle nostre case di moda ed il passaggio non è facile. Io stesso forse un giorno potrei lasciare la moda, per godermi quei viaggi che ho descritto con la stoffa…in fondo sono più di 30 anni che faccio moda.

Ma hai un pulcino che stai allevando?

In realtà non ho un erede, ovviamente in atelier si sono alternati giovani che hanno respirato il nostro fare e poi intrapreso la loro strada. Vedremo, ho ancora tempo davanti, poi lascerò spazio a chi vorrà continuare il mio lavoro.

Perdonami se faccio una piccola correzione storica. La moda italiana, è stata portata in Francia da Caterina dei Medici…

Sicuramente questa è la storia, ma ovviamente le case di moda francesi si sono strutturate prima di quelle italiane e oggi dimostrano maggiore forza anche quando scompare l’ideatore.

Quanto conta in uno stilista, un creatore di alta moda, che poi è un creatore un po' sui generis. Mi spiego, un creatore dell’alta moda, dovrebbe sapere anche cucire e tagliare, poi come si dice: “Chi non sa fare, non sa comandare”. Quindi quanto incide un background familiare, culturale, nell’essere uno stilista un creatore di moda o di alta moda?

Ad esempio da piccolo, quando andavo da mio Zio sarto, ricordo la movenza elegante della forbice, che tagliava il tessuto. Allora tutto avveniva senza carta modelli, il famoso su misura. Ricordi di un bimbo che con lo sguardo non arrivava al tavolo da taglio. Ecco quanto conta l’esperienza visiva, ovviamente modellata dal lungo percorso fatto dal mio maestro Massimo Fioravanti.

Chi è Vittorio Camaiani?

È un uomo oggi che da piccolo sognava di far moda, sicuramente qualcosa è stato fatto e ogni giorno vivo con lo stesso entusiasmo del primo giorno. Sono felice, guardo tutto ciò che faccio, lo sento come se guardassi dalla finestra. Ho la sensazione, e mai la certezza, di averlo fatto. Mi spiego meglio, il giorno dopo, in me c’è sempre un punto interrogativo, qualcosa da fare e da cominciare.

 E quanto c’è dell’uomo Camaiani nel creatore di moda?

Se il calcolo fosse fatto da una bilancia, sarebbe sicuramente la metà. Ovviamente la metà creativa è spesso più presente, ma l’altra rende spesso il sogno fruibile.

Antonio Ventura Coburgo de Gnon

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