Per Mauro Russo l’arte e la sua personalità si trasferisce nelle sue tele donando emozioni in chi le guarda.
Sono qui con un personaggio che l’arte l’ha nel suo DNA. A lui chiedo di auto presentarsi. Dimmi, chi sei e cosa fai e di cosa ti interessi?
Sono Mauro Russo, pittore, insegnante di pittura da diversi anni. Sono ormai al 20.mo anno d’insegnamento. Sono da
quattro anni a Roma, dopo 17 anni vissuti a Milano. Nasco in Calabria, dove ho mosso i primi passi alla ricerca pittorica, sin da bambino. Al momento, mentre mi intervisti, siamo qui in via Gregorio VII, in questa galleria storica, dove è esposta la mia personale, “Infiniti mondi”, che va a presentare al pubblico ai giornalisti ed alla critica, 32 opere. Quasi un’antologica, che va ad esprimere i diversi momenti, sia dell’immagini colte nel mondo della natura, che da composizioni derivate dalla forza delle cose e dagli oggetti e ritratti. Mi esprimo perfettamente con la pittura ad olio, attraverso una forte ricerca, che proviene anche da altri logorii, ed anche da altre tecniche. Sempre alla ricerca cromatica, che sto esprimendo adesso, che è particolarmente accentrata sulla pittura ad olio, con tele di grandi e piccole dimensioni.
In che zona della pittura ti collochi, non sei un astrattista, né dadaista, né un impressionista, in quale ambito della pittura ti riconosci?
Sicuramente, come ogni artista, anche nei grandi artisti, ci sono dei pittori che ho sempre guardato. Per me non è un tabù!
Forse, sono legato a certi autori francesi, ed italiani, mi riferisco ad alcuni pittori che hanno lavorato nell’ambito dell’impressionismo, e del post impressionismo. La mia pittura, la mia ricerca, nasce dal fatto che mi impossesso della realtà, per fare la mia realtà. In quel momento mi adatto, magari poeticamente a certe immagini, sul corso della pittura, e nel corso dei secoli. Quindi, sono una sorta di macchina…sono un viaggiatore che domina la macchina del tempo, che coglie per estratto 21 secoli di pittura.
Ho notato che alcuni tuoi dipinti, che potrebbero essere un po’ più fotografici, sono più sfumate, sembrano non finite, ad esempio la tua opera con i fiori… voluto… o …non desideri l’immagine precisa fotografica, o è il tuo genere il tuo modo di…
…sono sempre stato affascinato…è il momento di fare un “parallellismo” con la musica. Sono sempre stato affascinato dal
fruscio delle vecchie raccolte musicali, dal fruscio del vinile…quell’imperfezione che forse un disco vecchia maniera, da grammofono, può quasi suggerire all’orecchio la mia pennellata, per affinità a questo sorta di screech, a quel vinile, a quel lancio, tra virgolette, sporco, che mi fanno essere più immediato nel cogliere la bellezza della natura.
Esteticamente con questo basco ricordi molto i pittori francesi del ‘900. Come ti è venuta l’idea di avere questo look come tua immagine?
Questo look mi piace, e poi il basco l’ho sempre portato, è un omaggio alla Francia, nazione che reputo la mia seconda casa. Orgogliosamente italiano, sono un pittore italiano, ma in Francia ho potuto alzare molto i pilastri della mia ricerca, e mi sento un po’ con l’animo francese.
Una volta i pittori avevano i loro mecenati, adesso come sopravvive un pittore, considerando il fatto che in Italia, vige ancora la legge che non permette di scaricare l’acquisto di opere d’arte, a meno che non sia per beneficenza…quindi è un mercato alquanto penalizzato…
…con le gallerie, come l’Art Gallery di via Gregorio VII di Roma, che mi aiuta molto ad avere un rapporto immediato con le persone. I galleristi, che reputo miei amici, con i quali lavoro da quando sono a Roma, mi hanno dato l’opportunità di entrare a contatto con le persone, e poi, tutto è basato sulle amicizie, con i rapporti che si instaurano con le persone. Da lì, poi scatta il momento per avvicinarsi alla mia opera. Semplicemente senza alchimie, e con quel modo di vedere le cose.
Com’è stata la tua evoluzione nell’arte della pittura?
L’evoluzione è dovuta sicuramente al mestiere. Questa è una domanda, per la quale dovrei essere cauto nel rispondere, perché i miei quadri, non sono mai risolti di mestiere, c’è quasi sempre un filo conduttore, un parallelismo, che è quasi una sorta di certificata…di scontrino fiscale, come quando si va al bar, e nella ricevuta c’è scritto quanto si è pagato, a che ora, e dove. Ecco in quel momento sono così, attraverso quello che i greci definivano “pecnee”, cioè…nella “pecnee” greca, vi era l’arte e la costanza, la metodicità, come per Ennio Morricone è il tempo. La durata mi porta ad esprimere i significati della mia vita nel tempo.
Antonio Ventura Coburgo de Gnon