Nel mio ventennio presso mamma Rai, di attori e personaggi dello spettacolo ne ho visto e conosciuti tanti. Devo dire che più erano grandi nella loro professione o mestiere e più erano alla mano. Più si abbassava il livello e più crescevano le pretese da divi o divine. Vincenzo Bocciarelli è decisamente anomalo. Nessuna protezione e nessuna entratura. Si è fatto da se, caparbiamente e con il fuoco sacro del palcoscenico. E sì! Il teatro è una grande scuola, cosa che manca ai più, che lo affrontano dopo che hanno raggiunto una certa notorietà, più che per la loro bravura, e sono rari, ma per essere sulle copertine per vari motivi.
Ma lascio conoscere Bocciarelli, attraverso le sue risposte.
Teatro, Cinema, TV. Quale delle tre muse, è quella del cuore e perché?
All’inizio della mia carriera facevo distinzione tra le varie “muse”. Con il tempo ho sviluppato un amore unico che prende vita tutte le volte che si accende in me la scintilla della creatività, della recitazione, del personaggio che interpreto. Senza tralasciare anche il ruolo del conduttore che amo ricoprire. Sicuramente il teatro è luogo in assoluto dove mi sento protetto, il mio habitat naturale.
Il fuoco del palcoscenico è innato, o lo si acquista per?
Il fuoco del palcoscenico è innato, ma ci si può lavorare per “ricrearlo” artificialmente. Conosco attori o attrici dotati di una grande volontà che li ha portati a diventare bravi professionisti lavorando molto su sé stessi. Se penso al fuoco sacro, la mia mente mi rimanda subito alla figura di Anna Magnani, unica interprete che resta incisa nell’anima.
La recitazione è diversa tra cinema televisione e teatro? E perché?
La sola differenza è il mezzo di decodificazione. Ma un buon professionista ha lo stesso approccio e la stessa attenta professionalità nei rispettivi settori. Posso sottolineare però, quanto in realtà non si scappa, non ci sono “rifugi”, ed è proprio lì, in teatro, che un vero artista si riconosce, soprattutto nel repertorio classico. Un banco di prova fondamentale per essere riconosciuti come veri attori. In teatro non ci sono i primi piani del cinema e la fatica dell’attore per far arrivare l’emozione coinvolge tutto il corpo. Al tempo stesso sul set l’energia del teatro deve essere adeguata ed implosa, per non essere “over Acting”.
Quanto è importante per un artista essere presente nei gossip?
Quando all’inizio degli anni 2000 debuttai nelle fiction, fui travolto dalla popolarità data dalla improvvisa e inaspettata visibilità televisiva. Mi ha divertito, talvolta, leggermi sui giornali di gossip, ero curioso di provare quella sensazione. Trovo il gossip divertente, finché non sovrasta eccessivamente il vero lavoro dell’attore. E’ giusto che la macchina dello show-business, muova l’economia, anche per i paparazzi. I giornali, grazie alla curiosità e la voglia di sognare del pubblico, attraverso storie d’amore, talvolta anche inventate, aumentino le vendite. Ogni giorno il pubblico trova molte notizie gossip sui social, in internet. Quest’anno leggerete del gossip anche su di me. Per ora top secret. Ci sarà quanto prima uno scoop.
Perché ad un certo punto della vita di un attore si sente il bisogno di scrivere un libro?
A questa domanda non saprei come rispondere. In realtà, per quanto riguarda la mia esperienza, quando mi fu chiesto di scrivere, ero molto titubante. Non ho la formazione dello scrittore, e non volevo apparire come la maggior parte di chi cerca visibilità o numeri, ricoprendo ruoli che non gli competono. L’Italia è un po’ la Babilonia del voler o del saper far tutto. Ad ognuno il suo mestiere. Ma se forte e autentico è il bisogno da parte di un attore o una attrice, di condividere una storia o un argomento necessario e importante per la Polis, è giusto che tutto ciò venga espresso. Molti utilizzano i cosiddetti “ghost writer”. Io non sono d’accordo. E’ una falsificazione, e prima o poi la verità verrà a galla.
Tu hai scritto il libro “Sulle ali dell’Arte”, nato dallo stare fermo per il covid. Me ne vuoi parlare?
Esatto, ho accettato l’invito della Casa Editrice Accademia Edizioni Eventi, proprio perché il suo presidente, il dott. Giuseppe De Nicola mi ha chiesto di raccontare l’esperienza del Bocciarelli Home Theatre, il mio contenitore interattivo di teatro, poesia e pittura. Nato il 10 marzo 2020, primo giorno di lockdown, durante il quale intrattenevo il pubblico, attraverso la piattaforma face-book e poi nel mio canale YouTube. Tutti i giorni alle 16.30 all’inizio, e poi tre volte alla settimana. Il libro contiene una sorta di diario intimo dei giorni di forzato isolamento, durante il quale il mondo sembrava tutto sottosopra. Ai miei dodici capitoli, si aggiungono gli scritti e i pensieri di una parte del pubblico virtuale, che è stato selezionato, e che giorno dopo giorno, è salito sulla carovana interattiva, guidata dall’acrobata dell’anima, così il mio pubblico ha amato battezzarmi, “Sulle ali dell’arte”. Pubblicato il 22 luglio del 2020, è il primo libro uscito in Italia sulla pandemia. Proprio per questo ho accettato l’invito di De Nicola ad assurgermi a ruolo di autore, per poter sottolineare l’importanza e la necessità di reagire al male, ed al muro dell’impotenza attraverso la Luce dell’arte. Viatico di fuga verso il bene.
Il prossimo 10 marzo presenterò a Roma, nella sede dell’Unar, con la partecipazione di autorità e come relatori nomi importanti.
Con quale regista non hai lavorato e desidereresti lavorare? Cosa ti porta a questa scelta?
Ci sono tanti registi, sia di teatro che di cinema e televisione dai quali vorrei essere diretto. Ogni tanto mi capita di scoprirne o riscoprirne di nuovi. Trovo che questo mestiere sia ogni volta sorprendente e meraviglioso proprio perché dà la possibilità di iniziare un viaggio nuovo, tutte le volte che entri a far parte di una storia, di un’idea creativa, nata da menti intelligenti che riescono ad andare oltre. Una sfida che si rinnova ad ogni apertura di sipario o ad ogni battito del ciak. Tra questi nomi Matteo Rovere in un film sull’antica Roma, Ferzan Optzetek per la sua incredibile poesia, Sorrentino che ama particolarmente gli attori. Spesso mi capita di sentirmi dire, perché non entri a far parte al “Paradiso delle Signore”? Il pubblico mi ama particolarmente in ruoli in costume d’epoca. In teatro vorrei lavorare con Geppi Glesias ed Elena Sofia Ricci, che stimo profondamente come attrice e donna.
Gli attori impersonano personaggi a volte lontano dalla propria indole e personalità. Come si riesce a calarsi in panni che non ci si sente addosso?
Proprio lì è il segreto di tutto. L’immersione nell’altro o nell’altra è frutto di una alchimia di elementi che si fondono insieme: studio della storia, sguardo attento sulla nostra contemporaneità, osservazione di tutto il mondo che ci circonda, il mondo animale, le sinestesie, gli odori ed infine la cosa più importante conoscere se stessi il più possibile… compito arduo alquanto arduo.
La vita privata quanto entra nella vita di un attore, e viceversa?
Entra, eccome se entra! L’importante è che le due vite non si sovrastino. Due linee parallele che si specchiano tra loro ma non si toccano.
Ho avuto grandi amori nella mia vita, e quando mi è capitato di soffrire, ho sicuramente messo quello stato d’animo nei ruoli che andavo a interpretare. Una salvezza, una via di fuga dalla realtà. Questo è uno degli aspetti belli del nostro mestiere. Salpare dalla spiaggia dell’inconveniente, verso un porto franco dove trovare rifugio.
A chi devi dire grazie per essere arrivato fin qui?
Alla mia volontà, ed al mio fedele angelo custode, ed alla forza che ogni giorno mi dona il Cielo.
La presenza dei miei genitori mi dona grande forza. Tutte le volte che ho una bella notizia o ricevo un premio sono i primi che chiamo.
Quale dei personaggi a teatro o al cinema o nelle fiction tv hai amato interpretare?
Uno dei ruoli che mi ha eccitato di più interpretare è stato quello dell’imperatore Caligola, nell’inchiesta regia di Giulio Base. Ma il personaggio di Lorenzo Fabri nel film di produzione Indiana, dal titolo “La strada dei colori”, è stato una vera sfida avventurosa. Recitare il ruolo da protagonista, in doppia lingua, in un altro paese, un altro mondo, è stato davvero incredibile. I ruoli che ho ricoperto nella lunga serialità, mi hanno aiutato ad acquisire più dimestichezza di fronte alla cinepresa. In questi giorni stanno ridando su Rai Premium, Incantesimo 5, dove ero Renè, un personaggio che mi ha divertito costruire.
Ti è scoccata mai la freccia di cupido sui set?
Che io ricordi mai! Forse una volta, un amore che è durato abbastanza. Sono capitati soprattutto amori platonici. Tengo a separare il lavoro dalla sfera privata. Una forma di protezione e tutela di me ma anche di chi decido di accogliere nel mio cuore.
Se sono innamorato divento abbastanza geloso, ma so rendere felice la persona che amo in tutto e per tutto. Tipico di noi pesci.
Nonostante tutto, c’è sempre un ruolo che ti piacerebbe interpretare e che ancora non ti è stato proposto?
Ce ne sono tantissimi! Tra gli ultimi ruoli che ho interpretato recentemente, c’è quello brillante e divertente di Andrea, nello short- Movie lockdownlove.It, che mi ha regalato numerosi riconoscimenti. Un ruolo che mi ha fatto scoprire una nuova pelle ed il piacere di sentire il pubblico ridere in sala. Mi piacerebbe interpretare un doppio ruolo, tipo quello che ho fatto in Mission Possible, film che ha fatto il giro del mondo, ed è visibile ora su RaiPlay, dove da mostro divento Antony. Amo le trasformazioni, i ruoli da perfido mi divertono molto, ma al tempo stesso mi piacerebbe raccontare la vita di un santo. Come i contrasti delle luci di Caravaggio, metafora dell’essere umano, questo è ciò che prediligo.
Quanto contano le amicizie importanti nel vostro lavoro?
Nella vita, come nel lavoro, conta soprattutto essere circondati da persone che ti vogliano davvero bene, e sulle quali si possa contare veramente. I fuochi si spengono e le passioni bruciano e passano. Nella vita resta ciò che è vero amore. L’importante è essere circondati da persone che siano motivetor e non terminator.
Noi artisti siamo spesso in balia delle onde e dobbiamo avere intorno presenze ferme, stabili e di supporto. Per ciò che concerne avere, le cosiddette “amicizie importanti”, è molto rischioso. Basta un colpo di boa e vieni sommerso con tutto il gruppo. Io amo la libertà, l’arte deve essere libera da tutto e da tutti.
Progetti futuri?
Il 2022 è stato l’anno dei riconoscimenti, come l’ultimo, il “Premio Anita Ekberg” alla dignità artistica. L’ho ricevuto qualche giorno, fa a Palazzo Ferraioli a Roma. Altro riconoscimento, il premio “Vincenzo Crocitti” assegnatomi come “attore in carriera”. E’ l’anno in cui sto raccogliendo i frutti dell’impegno e dei sacrifici dell’ultimo periodo. Stanno arrivando proposte interessanti, sia di teatro che di cinema e tv. Spero di riuscire ad organizzarmi al meglio, per cercare di trovare il tempo per la tournée di “Edipo Ultimi Atti” e l’altro spettacolo a cui tengo particolarmente “Volando nei cieli d’Italia sulle ali dell’arte.”
Ti reputi soddisfatto dei risultati raggiunti o cerchi ancora di rincorrere l’oscar?
Amo le sfide e non mi sento mai arrivato. Ovviamente dopo trent’anni di carriera sono più sereno e sicuro di me, ma mi rendo conto di essere sempre di fronte a pagine nuove sulle quali poter scrivere il futuro che arriva… E l’oscar arriverà!
Hai un attore che è il tuo mito e perché?
“Charlie Chaplin”. Chissà che un giorno, come lui, a 53 anni mi sposerò e avrò 8 figli…
Perché il cinema italiano non ha l’ampia visibilità mondiale? Colpa dei soggetti, degli autori, delle idee?
Credo che sia solo una questione produttiva. Nel senso che, per entrare nelle distribuzioni internazionali, bisogna far parte delle cordate produttive ed adeguare i parametri ad un certo sistema. Idee, talenti e risorse ne abbiamo, eccome se ne abbiamo. Tutto sta ad entrare in questo circuito, ed uscire dal provincialismo.
Se tornassi indietro cosa non faresti?
Tutto ciò che non mi ha fatto bene, come uomo e come attore.
Sicuramente cercherei di non far del male, se involontariamente o per immaturità posso aver procurato dispiacere o offeso qualcuno. Con il tempo si capisce quanto sia importante non fare al prossimo ciò che non vorresti fosse fatto a te.