Tre giovani attori, che non hanno nulla da invidiare ai mostri sacri del teatro italiano, e che danno finalmente la carica giusta per tornare a teatro.


Lo spettacolo è straordinario, e merita di essere visto. Nonostante sia recitato o meglio interpretato in Siciliano, che io considero una lingua e non un dialetto, anche se spesso è stretto, e non comprensibile per chi non è siciliano, la gestualità ed i movimenti del corpo, e la mimica facciale fanno da traduttore simultaneo. Lo spettatore non ha difficoltà a comprendere perfettamente il testo. Che cosa dire dello spettacolo? Particolarissimo, è come se fossero tre monologhi di tre personaggi diversi, legati da un filo conduttore, che è la storia di ogniuno di loro, ma che è intrecciata dagli avvenimenti. Tre personaggi dalle timte estremamente forti, interpretati magistralmente. L’autore, che poi è l’interprete, ovvero Joele Anastasi, riesce a sviscerare perfettamente le tematiche, e lo fa senza volgarità, anche se ci sono momenti estremamente forti. I tre personaggi sono molto diversi tra loro: Joele, che fa la parte da leone in questo suo spettacolo, è un gay dichiarato che subisce bullismo anche violento, che si innamora del suo maestro di ballo, che lo porta poi alla morte per la malattia del secolo, A.D.S. Federica, che interpreta la cugina, legatissima al cugino, lo difende anche a costo della sua vita e cerca, anche nel sesso, una connotazione sociale, e la voglia di evadere da una Sicilia culturalmente stagnata e maschilista, oltre che bigotta, e poi c’è il personaggio interpretato da enrico, che subisce violenza dal cugino e che sfoga poi sugli altri la propria frustrazione, negando a se stesso che lo stupro, lo abbia cambiato e deve essere maschio a tutti i costi, e negando anche l’evidenza di aver trasmesso la malattia. Il dramma esplode in uno straordinario monologo, che prende lo spettatore oltre ogni immaginazione. La bravura di Enrico è innegabile! La tematica psicologica si evince dalla rivincita che il personaggio interpretato da enrico, si rivale quasi a vendetta di quello che ha subito, condizionandolo nella vita e negli affetti. Accadimenti non rari in famiglie particolari, ove l’indigenza non solo economica, ma soprattutto culturale, li porta a vivere una doppia vita e spesso con cattiveria. Sono riusciti a catturare il pubblico che ha ascoltato in religioso silenzio, per poi esplodere in un lunghissimo applauso trasformatosi in ovazione vera e propria assolutamente 
meritata.
Ho avuto il piacere di fare quattro chiacchere con Enrico Sortino, purtroppo Joele e Federica non erano presenti, ma Enrico ha fatto da portavoce.
Dall’ultima volta che ti ho visto e tu piangevi in scena, in maniera terribilmente veritiera, non ho mai capito come tu possa fare…
…e non ho mai saltato una replica, credo che sia la 168esima replica, e questo è un lavoro che da quando è stato portato in scena, era il 2013, anno del debutto, non ha mai smesso di girare. Il testo, se ci si fa caso, è anti- epocale. “L’arlecchino servo di due padroni” ha girato per i teatri e continua ad essere rappresentato, ed è come se questo spettacolo, “Io mai niente con nessuno avevo fatto”, decidesse di non morire. Considera che questa sera, per quanto sia un’unica rappresentazione, è tutto esaurito, ed è un esaurito, come se la gente ne volesse sempre un pezzo…
…anche io ho un ricordo straordinario…
…abbiamo vinto tanti premi, grazie a questo spettacolo, sia per la drammaturgia, che per lo spettacolo, che noi attori io Enrico Sortino, con Federica Carruba Toscano, e Joele Anastasi, lo abbiamo esportato in America, in Spagna, è stato dappertutto…
…in lingua italiana o lo avete tradotto…
…sempre in dialetto siciliano. Pensa che in America c’erano i sopra-titoli, ma ad un certo punto, anche l’americano non guardava più il sovra-titolo, guardava noi ed era nella perfetta lingua.
Che rapporto avete in genere con il teatro in Italia, considerato che i grandi teatri vogliono soltanto nomi conosciuti, più che bravi?
Noi siamo una compagnia anomala perché noi siamo nati…
…Vucceria Teatro…
…Vucceria, come teatro è rimasta sempre quella. Siamo nati come compagnia auto prodotta, ed auto finanziata. Subito dopo il debutto, abbiamo partecipato al “ring Italia” 2013, vincendo come migliore spettacolo, migliore drammaturgia, ed io, come migliore attore. Quella vincita è stato il trampolino di lancio. Abbiamo trovato subito una distribuzione, che è la “Raz Mataz”. Immediatamente ed eravamo nel 2013. Poi il teatro subì un cambiamento, tra il 2015 ed 2018, dove tutte la piccole compagnie morirono, si poteva andare in scena, solo se appartenevi ad una produzione nazionale, come un teatro stabile, e quindi appartenevi alla loro distribuzione interna, come scambi tra un teatro ed un altro.
Un male secondo te?
Per le piccole compagnie è stato decisamente una penalizzazione, noi essendo entrati subito in produzione, con il teatro “Bellini” di Napoli, con cui ancora oggi collaboriamo, siamo riusciti ad alimentare le nostre repliche, e le nostre produzioni. Dopo “Io niente…” ci fu “Batuage”, “Jesus Cristo vogue”, “Immacolata concezione”, “Brigata miracoli”, e molte altre. Tutte queste produzioni sostenute dal teatro Bellini di Napoli. Con l’avvento del covid, ci fu un altro cambiamento epocale. Ora, non basta più avere un teatro di produzione, servirebbero due o quattro teatri di produzione, che facciano le co-produzioni, per consentire che lo spettacolo possa circuitare nei vari teatri. Un momento di grande difficoltà, anche per noi, che abbiamo fatto sempre tantissime repliche, più di 120 repliche l’anno.
Joele continua a scrivere sempre i testi?
Certo! Joele continua a scrivere sempre i testi, poi Federica ed io, ne facciamo la super visione. Siamo sempre una compagnia molto aperta, accogliamo anche le idee degli altri attori, che abbracciamo nei nostri lavori. In questo spettacolo siamo solo tre attori, ma abbiamo avuto in compagnia, fino a 12/13 attori, quindi grandi produzioni. Cerchiamo di ascoltare sempre le voci degli artisti, in modo tale da essere rispettosi, ed in qualche modo, utilizzare le sensibilità che possono contribuire alla riuscita di uno spettacolo.
Il genere di lavori che portate avanti, hanno un raggio a tutto tondo, o siete fossilizzati in un canale un po’ particolare…
…diciamo che fossilizzati è una parola che non mi piace, però ti dico…
…incanalati…
…incanalati, però posso affermare, che il teatro come nostro linguaggio, è come tutte le vite, e si evolve.
Batuage, rispetto a “io mai niente…” mi era piaciuto di meno…
…a qualcuno era piaciuto di meno all’inizio, come se il nostro linguaggio…come se tu identificassi noi, nel linguaggio dei primi spettacoli. In realtà, pensa che “Batuage”, come tutti quelli che sono venuti dopo, sono degli spettacoli molto diversi, da quella che è la radice della nostra partenza. Quello che tu ritroverai sempre nei nostri spettacoli, è la poetica, poetica anche performativa, e non solo drammaturgica. Noi lavoriamo molto con il corpo e tu vedi sempre questo grande utilizzo del corpo, per accompagnare la parola, che è un’esigenza che nasce solo come limite, e che raggiunge il corpo, che ha desiderio, ha necessità di parlare, ma solo dopo un grande processo.
Perché una sola serata qui a Spazio Diamante?
Una sola serata, organizzata per la scuola di recitazione dello “Strabrancaccio”. Siamo stati contattati per un work shop per i propri allievi, del secondo e del terzo anno. Noi abbiamo avviato un processo di laboratorio, legato ad uno spettacolo, in questo caso è la piazza. Tu sai che “Io mai niente…”, è una piazza dove si urla, un lavoro molto urlato, ed attraverso la similitudine della piazza, noi lavoriamo sul work shop. Gli allievi della scuola di recitazione, avevano la necessità di vedere il lavoro prima di cominciare. In verità doveva essere a porte chiuse, ma appena saputo che avemmo portato per l’ennesima replica in scena, c’è stata una richiesta oltremisura da parte del pubblico. Quindi la decisione di aprire le porte. Era dall’anno scorso che non portavamo in scena “ Io che niente…”…abbiamo aperto la stagione del teatro Puccini di Firenze. Ora ti do un’anteprima. A marzo, torneremo qui a Roma, in un altro teatro di cui non posso dire nulla.
Ci risentiamo a marzo quindi.
Antonio Ventura Coburgo de Gnon